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| ...And then there was Silence... |
| 10.09.05 (9:52 am) [edit] |
Non ho un nome. Potete chiamarmi Iz. Uno e apro gli occhi, caffè, sigaretta, con un piede accendo il pc mentre gli occhi sono ancora chiusi. Uno. Come il giorno in cui sono nato. Nella catalessi da catafalco che contraddistingue i miei risvegli o, meglio, i momenti in cui mi alzo, giacchè il risveglio quando arriva arriva dopo, in UnO di quei momenti imprecisati della giornata in cui in realtà non servirebbe… uno sguardo fuori dalla finestra per saggiare con gli occhi, strumento improprio, la temperatura dell’aria senza aprire la finestra… E non esistono più le mezze stagioni, uNO non sa più come vestirsi …UNO. Due come io e te, che sei il primo pensiero cosciente nei miei mattini, DuE vite, un giro di vite, e penso che l’atarassia nei secoli ha avuto davvero tanti significati ma in fin della fiera quelli che contano sono un paio ma nessuno dei Due mi piace un granchè. – due – mosche si accoppiano lascive con rumori inconsulti di ali frenetiche sbattute nella foga della copula: le mosche riescono a rendere sporco anche un gesto virtualmente al massimo della poesia come un amplesso aereo. dUE domande che mi frullano in testa: perché conosco troppe persone simili alle mosche? Perché i deliri mattutini si fanno sempre più insistenti la domenica mattina? …DUE. Tre tigri contro Tre tigri e da piccolo non mi è mai riuscito di dirlo senza arricciare la lingua. Quando ci sono riuscito ho scoperto che non mi importava più ed è stata una cosa triste. tREmo per il freddo implicito che filtra dalla finestra ancora chiusa, mentre la criptolalìa fatica ad avviarsi, forse non vuole, forse non voglio io. TrE, e un’espressione di rifiuto: la domenica non ne ho bisogno, per fortuna. Per fortuna oggi, magari in altri momenti avrei pregato per doverlo prendere, quel treno. Guardo sconsolato nel pacchetto di chesterfield. Parafrasando Asimov e il suo nove volte sette, le sigarette che mi rimangono sono due volte TRE. QuAttRO e qualcuno chiama “gatto” la mia gatta, come se non fosse già abbastanza nevrotica di suo, ma si, aggiungiamo anche una turba dell’identità sessuale. Quando arrivo al quaTTRO il ritmo aumenta mentre prodigi chimici e biologici mi riattivano le sinapsi e nonostante il pensiero fisso sia sempre rivolto al solito volto il cervello inizia a connettere e a ricordarmi che devo ancora radermi i qUAttRo peli lanosi che mi circondano il viso. …QUATTRO Cinque colpi di rasoio ben piazzati per rendere la faccia presentabile. Casomai l’ultimo mi recidesse la carotide, almeno farei una bella figura all’obitorio. Mi libero dalle sostanze di rifiuto presenti nel mio organismo. Lavo i denti e parti sconvenienti da nominare mentre prego la massa grigia chiusa nelle pareti del cranio di dormire ancora un po’, perché so che odia queste formalità biologiche. Anche se vorrebbe liberarsi delle sostanze di rifiuto presenti nel suo sistema mnemonico. CINquE passi e torno nel mio regno. CINQUE. E sono sveglio.
Scrivere post per questo blog diventa ogni giorno più faticoso, se penso a quanto semplice fosse scrivere le prime cose. Come se non fosse più tanto facile aprire il rubinetto della coscienza e lasciar uscire tutto l’acido lattico intellettivo in essa contenuto. Nello specifico, mi rendo conto che questo blog – che molti ricorderanno essere nato da una mia non ben precisata “esigenza” – ha sempre affondato le sue avide e assetate radici nei miei deliri paranoico-maniacali. Sia chiaro che non sono un maniaco paranoico. A livello psichiatrico, mi spiace deludervi, ma non sono un caso grave, anzi, non sono neanche un caso – o quasi, diranno i miei piccoli internauti – a meno che non vogliate chiamare “pazzia” la mia peculiare visione della creatività. Come ogni essere vivente ho dei problemi, ho delle relazioni sociali che mi lasciano segni e amicizie che iniziano e finiscono, e cose così. E la mia vita, come quella di chiunque, va a fasi. Anzi, a frasi (o a periodi, se preferite). E le fasi, le frasi e i periodi, da che edmondo edmondo, come i De Amicis, non sono fatti per essere eterni. Prima di scadere nel banale e nell’ovvio, prima di cedere alla consuetudine, è sano e savio cambiare aria. Tutto questo per dire, internauti, che questo è il mio ultimo post. Ci vediamo su Vaudeville, il forum, perché Lepidezze Cataplasmiche finisce qui la sua corsa. Grazie per avermi prestato attenzione, vi devo un favore, internauti. Se mai vi servisse aiuto, contattatemi. Ma non cercatemi sull’elenco: non ho un nome. Potete chiamarmi Iz. Un’ultima parola… Lascio questo blog, quale simbolo di Vaudeville, quale sua ispirazione prima. A futura memoria. E poi, non si sa mai che un giorno non mi venga in mente di scriverci di nuovo. Per la vostra gioia, sul forum sarà disponibile, a breve, una versione PDF con tutti i miei malati interventi. Grazie di nuovo per la vostra cortesissima e apprezzata partecipazione; in particolar modo, un sentito ringraziamento a Uriel, alla Bambina in Nero, a Yrouel e a tutti quelli che hanno avuto la pazienza di seguire i miei deliri dalle loro origini a oggi. Fino a quanto avevo contato? Cinque? Ok. Cinque. Quattro. Tre. Due. Uno.
Dissolvenza in Nero.
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| Vaudeville, Capitolo Settimo (Oli Esausti) |
| 08.02.05 (10:54 pm) [edit] |
Non ho un nome. Potete chiamarmi Iz. Ebbene, mentre agosto è notoriamente un mese in cui tutti oziano, io non ozio. Mi lascio spazio. Togliendomi lo sfizio. Prima dell’ospizio. E quest’ultima frase ha gettato discredito sulle assonanze. Era un po’ una cacologia. Che non è una brutta cosa che coinvolge i muscoli sfinterici, maliziosi che non siete altro. D’altra parte, assonando è facile passare da sfizio a ospizio. Poi io, per queste cose, ho un po’ il vizio. Ed è per questo che, di fronte a eventi non riguardanti direttamente il sottoscritto, ma persone a me vicine, parlerò di scarico, riciclo e incenerimento di oli esausti. “Eh?” Si chiederanno i miei piccoli lettori. Suvvia, sapete benissimo che tutte le cose senza senso che scrivo normalmente un senso ce l’hanno. Ben nascosto, è ovvio, e celato da misteriosi percorsi mentali e da una grafomania preoccupante e sfiziosamente fastidiosa. Ma ce l’hanno. Forse le cose vi diventano più chiare se passo ad aggiungere una piccola nota di carattere lessicale. Il termine “scarico”, parlando di oli esausti – ma potete sostituire a questo concetto un altro concetto che al momento mi riservo di tacere – indica lo smaltimento incontrollato dell’olio esausto. Lo smaltimento irresponsabile puo’ causare il deterioramento dell’ambiente, e quindi un abbassamento della qualità della vita. Gli oli esausti, entrando nelle fogne, possono contaminare le acque di scolo e interferire con i sistemi di filtraggio ai lavori fognari. L’olio versato nel sottosuolo puo’ portare alla contaminazione dello stesso e delle falde acquifere, e questo è male. Perché una cosa qualsiasi, quando esaurisce i suoi effetti positivi, e diventa tossica, fa danni alla salute. Se si fanno le cose di fretta e senza criterio, si causano danni al prossimo. Scommetto che avete già capito dove voglio andare a parare. E scommetto che scommettereste anche voi. Ecco, sappiate che se scommettete col sottoscritto, perdete. Non tanto perché io sia un abile giocatore d’azzardo, quanto perché sono uno che, quando perde, cassa da morto. O “bara” che dir si voglia, ah, il bello dei sinonimi. Dov’ero rimasto? Ah, si, gli oli esausti. Ci poi sono due metodi per il recupero dei lubrificanti industriali. Un’importante area dell’industria dell’olio esausto è quella del lavaggio. Si prende l’olio e si lava. Cercando di ravvivarne le proprietà. Ma funziona poco. Oppure si può procedere al recupero. Il recupero e’ un modo per riciclare oli industriali esausti isolati, specialmente oli idraulci. Questi oli sono semplicemente centrifugati eo filtrati e poi usati, per esempio, come oli lubrificante per matrici o basi per la produzione di olio per motoseghe. Ma si capisce che la funzione originaria dell’olio stesso, ahinoi, si è persa. Potrà mai ritrovare la strada? Riuscirà balzellon balzelloni a tornare all’ovile? Ebbene no. Neanche a Vaudeville siamo capaci di operare simili miracoli. L’olio esausto, internauti, va incenerito. E non credete a chi vi propone metodi di riutilizzo come il Processo di Re-Raffinazione Vaxon (che consiste in una serie di evaporatori a vuoto ciclici seguiti da un trattamento chimico dei distillati ottenuti) o il Processo Pioniere Trailblazer (in cui l’olio esausto viene disidratato in una torre di essiccazione, scaldato e quindi trattato per distillazione a vuoto per produrre diversi flussi di prodotto). Inutile cercare scappatoie… Lo scarico incontrollato di oli esausti a terra o in canali di scolo è proibito in quanto può essere causa di un esteso inquinamento da olio delle risorse idriche e interferire con le operazioni di lavoro fognario. L’olio esausto non ammette di essere abbandonato così, alla cieca, da un momento a un altro. Asfaltarci le strade è fortemente scoraggiato perchè nè l’olio nè i metalli sono adeguatamente trattenuti dall’inquinare l’ambiente. L’olio esausto non ammette di essere riutilizzato per scopi meno nobili. L’interramento è fortemente scoraggiato perchè gli oli esausti aumentano il rischio di inquinamento delle falde acquifere, hanno proprietà fisiche incompatibili con l’interramento e non si degradano nelle condizioni anaerobiche in cui le pone l’interramento stesso. L’olio esausto, se cercate di seppellirlo e di dedicarvi ad altro, si incazza come una iena. Insomma, quando un olio diventa esausto, la cosa migliore da fare è prenderlo e incenerirlo in una bella fornace di cemento. Le norme europee per inceneritori di rifiuti pericolosi richiedono che le temperature dei gas di scarico nella camera di combustione rimangano sopra ai 1200 °C per 2 secondi. E in un tipico forno di cemento le temperature stanno a 1500°C per tre secondi. Le voilà, olio incenerito. Però, in questo caso, l’avete perso per sempre. Ricapitolando. Il vostro olio è esausto. Non fa più al caso vostro. Ebbene, affrontatene le conseguenze. Non potete riciclarlo, non potete ignorarne la tossicità, non potete usarlo in un altro modo, non potete pretendere di seppellirlo e dimenticarvelo. Potete solo ammettere di averlo sfruttato fino all’ultima goccia, e incenerirlo senza pietà. L’olio esausto, internauti, è come un amante che non si ama più. Va saputo trattare, o diventa altamente tossico per la propria coscienza. D’altra parte, mettetevi nei suoi panni. Il Processo Pioniere Trailblazer è doloroso, quando ve lo applicano al foro di uscita delle feci.
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| Nyos |
| 06.11.05 (4:35 am) [edit] |
Non ho un nome. Potete chiamarmi Iz. Questo è Lepidezze Cataplasmiche, il blog che si aggiorna quando meno te lo aspetti. Da solo. Ma passiamo oltre. Vi vado a narrare un fatto sconosciuto ai più. Ricordatevi di ringraziarmi. 1986. 21 Agosto. Il lago Nyos, situato nel Nord Ovest del Camerun, esplode. Una nuvola di anidride carbonica attraversa una valle che parte dal lago, e percorre più di 20 chilometri. Nel tragitto semina morte e distruzione: in quell’unica notte, il lago uccise oltre 1.700 persone. Molte di loro stavano dormendo; sorprese nel sonno dalla nube di gas non ebbero scampo. Perché ve lo racconto? Semplice: tanto per drammatizzare. E per sminuire Chernobyl. Senza offesa per Chernobyl. E il tutto fa parte di una squisita e delicata metafora: c’è sempre qualcosa di peggio. E la tentazione di scrivere un post serio, dopo questo tragico incipit, è forte, nonostante il mio umore sia così buono che l’hanno messo sulla guida michelin con cinque stellette. A cosa serviva la squisita e delicata metafora? Semplice. Non c’è mai fine al peggio: se si rimane intrappolati in una spirale discendente mossi solo dalla sopravvivenza non si può che peggiorare la nostra situazione. La mia spirale discendente era iniziata anni fa. Aveva accelerato la sua spinta fino a un certo punto, ed aveva continuato a buttarmi giù con un mix di inerzia e forza di gravità. Il fatto che ci si fosse messa anche la forza di gravità la dice lunga sulla gravità della situazione. Frenare è stato lungo, doloroso, difficile. E non penso certo di aver ancora finito, ci sono ancora un sacco di cose da fare, ma… Quasi non ci credo. Wow. Sto salendo. E quasi per una reazione a catena un sacco di cose vanno meglio. Mi sono sempre piaciute, le catene. Ne ho 4, al momento. Una viene da una ferramenta di firenze. Una era un guinzaglio, se non ricordo male. Una viene dal Black Rose di Londra. L’ultima da un altro ferramenta, però della mia città. Lo so, non ve ne frega nulla, ma dovevo mettere uno stacchetto per cambiare argomento. Insomma, qua si respira leggerezza. Mi sono preso la briga di chiedere scusa o dire grazie a tutti quelli che se lo meritavano. A volte, entrambe le cose. E stavolta, anche se non so come dimostrarlo, è diverso. Non mi sento più come una fiaschetta di panclastite, pronta a esplodere al minimo urto. Ho ritrovato dei punti fermi, ho ritrovato una direzione, non mi sento più solo a lottare contro di me. Se a questo si aggiunge che una persona meravigliosa ha deciso di fare la strada con me, beh, capirete come sia facile per il sottoscritto sublimarsi in una nuvoletta di beatitudine color fuchsite (la fuchsite deve il suo nome a Fuch, il geologo che l’ha scoperta, ed è verde smeraldo, non fucsia. Non lo sapevate, vero? Ma bisogna proprio spiegarvi tutto)… Troppa gioia? Troppa egolalìa? Preferivate la criptolalìa dei bei tempi andati? Su, non è grave, internauti… Dal prossimo post si torna ai vecchi fasti, non temete. Poi ormai qua non commenta più nessuno, da quando c’è il forum di Vaudeville la vita non è più in questo intimistico angolo di rete: è altrove, dove gli uccellini cantano al contrario, il sole sorge controvoglia nei giorni dispari e le mosche culaie sono drammaticamente schizzinose. Comunque sia, grazie anche a voi, internauti. Ai miei amati “sudditi” di Vaudeville. Ai polemici e allegri visitatori di Irriverenze Post-Traumatiche, ai poetici ascoltatori della Ballata Malinconica, agli osservatori discreti delle Visioni Deformi. Ma soprattutto a voi, pochissimi e pazienti frequentatori di questo insulso blog.
Un gruppo di scienziati sta lavorando per bonificare il lago Nyos. Si spera che a breve possa essere eliminata tutta la CO2 in eccesso, in modo da essere certi che mai più succeda un disastro simile a quello del 1986.
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| Vaudeville, Capitolo Sesto (Riprologo) |
| 02.22.05 (12:16 am) [edit] |
Non ho un nome. Potete chiamarmi Iz. E questo è Lepidezze Cataplasmiche, una scossa tellurica contro la monotonia. Se non ve ne siete accorti, Vaudeville ha riaperto le sue porte. Eh, se ne sentiva la mancanza. Ma stavolta il teatro-villaggio-metropol i (dipende dal giorno) più fastidioso del mondo - paragonato da alcuni critici a un’oftalmoblenorrea – torna per restare. Non solo perché se chiudessi il forum qualche internauta vorrebbe la mia testa (che non potrei comunque dargli, perché non avendo un corpo mi manca anche un cranio da poggiarci sopra), ma anche perché ormai Vaudeville ha preso vita propria, e non rientra più nelle mie facoltà la possibilità di chiuderne i battenti. Dunque riprendo con la mia consueta grafomania a turbare le vostre giornate, infettandovi con le mie parafimosi dialettiche (per i maschietti. Per le femminucce sostituire “parafimosi” con “imperforazione vaginale”). Ed in effetti questo post era diventato improcrastinabile: non bastavano certo le due righe scritte in precedenza a descrivere un evento di questa portata. Sotto l’incessante nevicata di birra chiara cristallizzata, sferzata dai venti verdastri di sud-est, il bimestrale ciclo di Freddaio volge al termine, e si avvicina a grandi passi il bimestre di Namazzaio, con le sue serate fresche e frizzanti che a molti fanno venir voglia di ripristinare la vecchia Sagra della Passacaglia a Zoppetto, tanto cara a Poldo, lo Pneumococco Musicista. Le novità a Vaudeville non sono molte, in realtà, e vengono pubblicate regolarmente sul bollettino del Forum. Oh, già. E’ stata aperta la mostra di Pulper Simpatetici. La mostra presenta ben sette diverse macchine per lo spappolamento della carta che per qualche oscuro motivo si rifiutano di sbriciolare libri commoventi. Ma dubito che interessi a qualcuno.
Non mi ricordo chi, ma qualcuno mi aveva chiesto una piantina di Vaudeville. Adesso non mi viene più in mente, però, se si riferiva a una mappa della città o a una delle tipiche produzioni floreali del luogo. Le piante intese come vegetali, di qualsiasi tipo, sono reperibili al negozio di Ago lo Scaltro, nel reparto “altre cose”, quello che contiene praticamente tutto. E per tutto Namazzaio nei supermercati Large Stock Discount di Vaudeville c’è il 30% di sconto sulle piantine di papiro resinifero ossediante. Se avete bisogno di una pianta che provochi angoscia, questo è il momento giusto per acquistarla. Le mappe della città invece non sono disponibili per la razzumaglia. Sono roba da ricchi. Le cartine di Vaudeville sono fatte di puro Pseudotessuto Surrealizzato Indaco, vergate dalla setta dei Dodo Amanuensi dell’Ordine del Disordine con pennelli in Metalegno e Peli di Caribù Intangibile usando solo Inchiostro di Carragenina Magenta degli Appennini Lunari. E inutile dire che quel che c’è dipinto sopra non è che purissima Fantasia. Merce di prima qualità, altro che robetta da volgo volgare. Probabilmente qualcuno di voi però riesce a permettersene una… Immaginate. Riuscite a vedere i piccoli pennuti che non sanno volare ma che sanno scrivere? Sentite il flebile scorrere dei loro rapidi pennelli che tracciano segni rossi su pelli inesistenti? E udite il loro brontolare per la mole di lavoro che forse nessuno apprezzerà mai? Se ci riuscite, i casi sono due: o avete abusato di dietilammide di acido lisergico, o avete abbastanza Moneta di Vaudeville per gustarne la topografia. E, in entrambi i casi, la mappa eccola lì. Nella vostra testa. Solo nella vostra testa. Ma vera come i sogni.
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| Vaudeville Forum Revolution!!! |
| 02.04.05 (2:21 am) [edit] |
Da oggi c'è il forum di Vaudeville! Lo trovate a questo indirizzo: http://www.forumcommunity.net... Chiunque voglia farci un salto è bene accetto! Surrealizzarsi non è ancora un crimine.
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| Catena. |
| 02.02.05 (1:02 pm) [edit] |
La “Catena di Padre Pie Anf Anf” porta fortuna. L'originale è conservata in una piroga di bambù a Sesto Fiorentino, nel museo di Cochi e Renato. Questa catena ha già fatto 8 volte il giro della terra. Per questo ha il fiatone. Ma, nonostante ciò, ti porterà fortuna. Dopo il ricevimento di questa lettera avrai fortuna. Questo non è uno scherzo. E’ una minaccia. Trasmetti per posta o Internet copia di questa lettera a persone che hanno bisogno di fortuna ma che comunque sanno già leggere, sennò è tutto inutile. Non inviare soldi, perche la fortuna non si compra. Offre Padre Pie Anf Anf. Non tenere la lettera piu di 96 ore, entro questo tempo deve essere ritrasmessa. Bada bene. Anche questa è una minaccia. Alcuni esempi di cosa è accaduto: Sharb Gulag ha ricevuto la lettera nel 1983, ha chiesto alla sua segretaria di farne 20 copie; 9 giorni dopo ha vinto un limone a una slot machine. Rudolf Zimmer, un impiegato, ha ricevuto questa lettera e l'ha dimenticata. Alcuni giorni dopo ha perso il lavoro. In seguito ha poi inviato questa lettera ma il lavoro ormai l’aveva perso. Perché ci era andato ubriaco, al lavoro. Ma questi in fondo sono fatti suoi. Nel 1990 Bruno ha ricevuto questa lettera e ridendo l'ha gettata. Con tutto il pc. E questa non è sfiga, è idiozia. Non ti dimenticare, non trasmettere soldi e non firmare le lettere. Perché soprattutto se usi un indelebile ti si sporca tutto il monitor. Invia semplicemente 20 copie e aspetta per vedere che cosa accadrà dopo 9 giorni. Questa mail è stata scritta da Padre Pie Anf Anf proprio lui quello vero. Trasmetti 20 copie a tuoi conoscenti, amici o amiche, parenti, igloo. Qualche giorno dopo riceverai delle buone notizie o avrai una sorpresa. Ciò è vero, anche se non sei superstizioso. Questa mail viene dalla Bhirmania ed ha fatto il giro del mondo 9 volte. Avevo detto 8? Mi sono sbagliato. Grazie a qualcuno che ti vuole bene, la fortuna viene mantenuta dal tuo invio. E’ scritta così male perché è Bhirmana e quindi è in Bhirmano. Il fatto che anche in italiano queste parole vogliano dire qualcosa è solo un mostruoso caso. Riceverai la fortuna in circa 4 giorni dalla ricezione di questa lettera che è stata destinata a te. Avevo detto 9? Oh, al diavolo. Adesso è il tuo turno di rimandarla. Non inviare soldi, ma delle copie alla gente che può avere bisogno di fortuna. L’avevo già detto? Non inviare soldi perche la fede non ha prezzo. L’avevo già detto? Non inviare soldi perche la fede non ha prezzo. L’avevo già detto? Non inviare soldi perche la fede non ha prezzo. L’avevo già detto? Non inviare soldi perche la fede non ha prezzo. Aiuto. Fermatemi. Non trattenere questa lettera, essa deve lasciare le tue mani in 96 ore. Ti prego di inviare le copie e vedrai che cosa accadrà entro 4 giorni. Oppure 9. Insomma, fra 4 e 9 giorni. Ricordati: NON TRASMETTERE SOLDI, NON DIMENTICARTI DI QUESTA LETTERA, FUNZIONA VERAMENTE… Anche questa è una minaccia. PAROLA DI PADRE PIE ANF ANF
Alias
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| Pianto Chimico |
| 01.21.05 (5:47 am) [edit] |
Non ho un nome. Potete chiamarmi Iz. Nella cipolla sono presenti molecole che contengono atomi di zolfo: i solfuri organici. Quando si taglia la cipolla questi solfuri si combinano con un'altra sostanza presente in strati diversi, l'allinasi. Si generano così composti volatili che reagiscono con l'acqua che ricopre la cornea, trasformandosi in acidi. Essendo tali acidi sostanze corrosive, l'occhio cerca di liberarsene attivando le ghiandole lacrimali. Un pianto chimico, senza fastidiosi nodi alla gola. In lingua persiana “nodo” si dice “[i]baff[/i]”. Questa informazione è inutile ma la dice lunga sulla mia cultura superiore. Sono così fiero di me che il mio cervello è tentato di secernere melatonina in quantità industriali fino a commuovermi. Se lo farà, probabilmente mi metterò a piangere. Un pianto chimico, senza fastidiosi nodi alla gola. Tipo lo scorsoio. E’ molto fastidioso, soprattutto in quelle situazioni in cui ti senti mancare la terra sotto i piedi.
Stu, il boscaiolo, è venuto a trovarmi. Non lo vedevo dai tempi di Vaudeville. Non è più un boscaiolo: adesso fa lo speziale. Mi ricordo che aveva già fatto lo speziale, quando Vaudeville non esisteva ancora e nei giorni di sole si respiravano cuoricini. Stu è una persona squisita, affabile e pacata. E’ talmente gentile e persuasivo che se ti dice di andare a fare in culo non vedi l'ora di iniziare il viaggio. E’ venuto da me perché è depresso: ha scoperto che la moglie lo tradisce con una marmotta che lavora per una ditta che impacchetta barrette di cioccolata. E’ venuto da me, col suo solito fare dolce e calmo, e si è messo a piangere. Ma non era un pianto chimico, senza fastidiosi nodi alla gola: era un pianto vero. E io ho pianto con lui, so come ci si sente ad avere una ragazza che riesce ad essere fedele ad entrambi i suoi fidanzati. Gli ho detto “surrealizzati che ti passa”… Mi ha detto “fallo prima tu…”
Non ci sono riuscito.
Ci sono momenti in cui la realtà, col suo squallore e la sua tristezza e le cose che non vogliono andare, diventa troppo forte. I tuoi lati negativi scalciano e urlano perché vogliono uscire, i problemi si accumulano e bloccano la tua capacità di evadere dal grigiore quotidiano, inchiodandoti alla croce del dubbio. Non puoi surrealizzarti quando in testa hai solo una domanda: “…e domani?” Per fortuna, il professor Otto Von Kampfenstein ha inventato lo Scissore Temporale. Il Domani, infatti, non arriva mai: è sempre il giorno dopo quello in corso. Lo Scissore Temporale divide l’Oggi in parti più piccole, facendoci ragionare in termini di ore e non di giorni. Cosicchè, con uno Scissore Temporale installato correttamente, si vive l’Oggi ora per ora, senza pensare al Domani. Volendo, si può anche tarare la macchina psichica del professor Von Kampfenstein su “minuti” e “secondi”. Nei momenti di crisi è un’ancora di salvezza notevole. Quando si ritorna a saper gestire la vita ora per ora, si torna ai giorni. Poi ai mesi. Anche agli anni, con un po’ di pratica (ma non esageriamo, almeno all’inizio). Io e Stu ci siamo fatti portare due Scissori Temporali da Pirandello. Stavamo già iniziando a surrealizzare di nuovo, perché basta davvero poco per riprendere a respirare quel po’ di facezie che ti permettono di sopravvivere. Pirandello mi sta sempre molto antipatico, anche se adesso che suona con i [i]Village People[/i] si è un po’ ripreso. Infatti è venuto a portarci la merce con tutta la band, ed erano strafatti: avevano tutti un [i]popper[/i] nella narice destra, e insieme ridevano come iene e dal ridere versavano allegre lacrime: un pianto chimico, senza fastidiosi nodi alla gola.
######################### ###~~~~~ ~~~~ ~ ~~~ # devo smetterla con questi tormentoni… # ma era parecchio che non aggiornavo… # e mi mancavano le reiterazioni grafiche. ######################### ###~~~~~~~ ~~~ ~ ~ ~
Quando Stu se n’è andato, aveva gli occhi lucidi e rideva convulsamente. Non so se lo Scissore Temporale avesse fatto effetto. Di sicuro aveva fatto effetto il [i]popper[/i] di Pirandello. E, in qualche modo, anche le [i]performances[/i] amorose dei [i]Village People[/i]. …A presto, internauti. Non fatevi male.
[b]xIZx[/b]
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| Aulaxofilia. |
| 12.08.04 (5:18 am) [edit] |
Non ho un nome. Potete chiamarmi Iz. Ma non fatelo, mai. Rompiamo gli schemi. Visto che, dei due che scrivevano qua sopra oltre al sottoscritto, una è scomparsa senza apparente motivo (che neanche io conosco) e l’altro è oberato da impegni troppo grandi per essere narrati a voi (che invece io conosco, ma che non vi dico perché sono dispettoso), rivoluzionerò questo blog tutto da solo. E lo farò andandomene. Ebbene si, internauti, questo è il post della staffa. Vi odio tutti.
Addio.
[b]xIZx[/b]
Ci siete cascati? No? Peccato. E’ che sono diventato aulaxofilo. Il primo aulaxofilo sulla faccia della terra. Non affannatevi a cercare “aulaxofilo” sul vocabolario che tenete sempre a portata di mano quando leggete questo blog: questo è Lepidezze Cataplasmiche, il blog dove i neologismi sono un mero tentativo di frangere fagioli. Ah… L’aulaxofilia… L’amore per i solchi. Io amo i solchi. Amo il modo in cui si allineano, in un morbido fluire di zolle di terra, in un geometrico gioco divino, guardando con occhi adoranti il sommo dio Aratro… Non è vero. Era un modo bislacco per introdurre tutto ciò che segue. Ossia: il dramma satiresco “Aulaxofilia” di Tito Maccio Iz.
[b]Personaggi:[/b] Jimmy Porter Estragone Francesco Guccini Il Marchese di Forlipopoli Sigmund Freud
[i]Un campo ben arato, magnificamente coperto di solchi. Completamente. Tranne che per un quadrato di due metri per due, al centro della scena. Dal lato destro del palco sbuca un piedistallo in legno, che poggia su quattro ciocchi di betulla. Jimmy Porter ed Estragone sono immobili, in piedi al centro della scena, sul pezzo di terra non arato.[/i]
[b]Jimmy: [/b]Che diavolo stiamo facendo qui, Estragone? [b]Estragone: [/b]E se c’impiccassimo? [b]Jimmy: [/b]E dove? Qua c’è solo terra arata. Ti ho chiesto cosa stiamo facendo! [b]Estragone: [/b]Aspettiamo Godot. [b]Jimmy: [/b]Chi? Pensavo stessimo aspettando mia moglie Alison! Certe cose mi fanno andare in bestia! E sai di chi è la colpa? Del governo! Degli avvocati! Perché questa società è marcia. [b]Estragone: [/b]Ma… Ma Godot… [b]Jimmy: [/b]Basta con questo Godot! Non ti ricordi più perché sono qui, strappatoal mio appartamento monocamera di una grande città dell’Inghilterra centrale? Vladimiro si è impiccato. E sai perché? Perché Godot è morto.
[i]Entra da destra, sostando sul palchetto sorretto da ciocchi di betulla, Francesco Guccini con una chitarra acustica in mano.[/i]
[b]Guccini: [/b]Non rubiamo le idee, vacca d’una vigliacca boia. [i](esce)[/i]
[b]Estragone: [/b]Vladimiro è morto? Godot è morto? Ma io allora che ci sto a fare? [b]Jimmy: [/b]E’ quello che ti ho chiesto io, dannazione!
[i]Entra, sempre da destra, un uomo dai vestiti sfarzosi, ma palesemente rappezzati. La camminata è altera, la testa alta e spavalda.[/i]
[b]Estragone: [/b]Godot! Dev’essere Godot! [b]L’uomo: [/b]Non conosco niuno nomato Godot. Io sono il Marchese di Forlipopoli. Dov’è la lungimirante e splendida Mirandolina? [b]Jimmy: [/b]Adesso mi arrabbio! Dov’è Alison? [b]Estragone: [/b]Siamo rimasti tutti soli! E se ci impiccassimo? [b]Jimmy: [/b]E basta con queste tendenze suicide, Estragone! Davvero, dobbiamo trovare qualcosa da fare! E’ la noia che spinge all’inopia i giovani inglesi! [b]Il Marchese di Forlipopoli: [/b]Ci sono solo codesti solchi, qui. Aspettiamo loro, che sono già qui, così si risparmia tempo e denaro. Soprattutto denaro. Baldi giuovini, avreste quaranta scudi da prestarmi? [b]Estragone: [/b]Siamo tutti poveri qui. Il marchese ha ragione. Dedichiamoci ai solchi.
[i]Estragone si getta su un solco e simula un amplesso. Gli altri due lo guardano. Si guardano. Jimmy esce dal quadrato e va verso il Marchese. Il Marchese scende dal palchetto e va verso Jimmy. Si baciano. Sul palchetto compare un uomo, vestito elegantemente alla maniera di inizio novecento. Ha una folta barba e una pipa in bocca. Osserva la scena, quindi si volta verso il pubblico.[/i]
[b]L'uomo: [/b]So cosa state pensando. Ma non sono Godot. Sono Sigmund Freud. E scusate, ma qui pare proprio ci sia del lavoro da fare. [i](Rivolto ai tre, che lo ignorano) [/i]Soffrite di brutte forme di Aulaxofilia, miei cari. Parlatemi di quando siete stati violentati dal vostro fattore…
[i]Parte in sottofondo “Farwell” di Francesco Guccini, che copre pian piano le parole di Freud. Sipario.[/i]
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| Superegoico come un Magnum Double Chocolate. |
| 11.02.04 (10:45 pm) [edit] |
Non ho un nome. Potete chiamarmi Iz. Bentornati su Lepidezze Cataplasmiche, il blog dove papille gustative fungiformi dall’aspetto poco rassicurante vi sfidano a duello tenendo a guisa di parazonio banane caramellate. Emergo dai cirrocumuli dei miei sogni lisergici per scrivere di nuovo su questa pagina, senza un apparente motivo: ma dopo tutto, miei cari internauti, parasintetico è una parola parasintetica. E con ciò, direte voi? Beh: nessuno ha finora trovato da ridire in merito, e questo mi basta per rimettere la tastiera sotto le dita. Accetterò contestazioni al fatto che scrivo qua solo quando qualcuno inoltrerà un ufficiale reclamo per cambiare, sul vocabolario, “parasintetico” con una parola non parasintetica. * Quello che non mi uccide mi rende più forte. Ma dà fastidio! Cristo se dà fastidio! * [i]Waiting for Cousteau [/i]di [i]Jean Michel Jarre [/i]in sottofondo. Una continua e piacevole parestesia acustica che dura oltre tre quarti d’ora. Una colonna sonora ideale per questo momento. La pace interiore che sto provando ormai da un paio di settimane inizia ad avere preoccupanti e benefici influssi sul mio malandato e sanguinante Io. Qualcosa si è rotto dentro di me, qualche tempo fa. Ma, cantavano i [i]Death in June[/i], cosa finisce quando un simbolo va in frantumi? Molte cose. E non si torna indietro. Andando avanti, trovare un equilibrio non è da tutti, ma soprattutto non tutti devono trovare un equilibrio. Io non l’ho trovato. Ho trovato, prima, un quadro cubista che voleva fare l’entomologo che, leccando rospi allucinogeni, mi ha consigliato di smettere di sniffare il vinavil. In seguito ho trovato una manciata di ottime persone. Che ringrazio di esistere, aspettandomi un “grazie anche a te” di rimando, perché me lo merito. (Si avvicina un barilotto di maionese che apostrofa brutalmente uno spacciatore umbro: “sei l’osco!”) Lascio che i pensieri vaghino liberi come mosche sul guano, inspirando a pieni polmoni l’aria madida di tabacco.
La vita è una sgualdrina. Ma fa ottimi prezzi. E sconti comitiva. Soprattutto sulle proctoscopie.
Già, e nel frattempo è passata un’altra Halloween. Personalmente non mi piace molto, questa festa: tant’è che l’ho passata a un concerto di [i]deathgrind metal [/i]che probabilmente sarei andato a vedere anche se fosse stato ferragosto. “Di freddi brividi tremava nella terribile e tremenda notte di tregenda la torva combriccola di cretini.” Mi rendo conto che sto saltando di palo in frasca. Poco male, visto che lo faccio sempre. Ma intanto con la storia di Halloween ho sfangato altre quattro righe. Guardate che non è semplice fare tutti i post della stessa lunghezza. Ci vuole una notevole maniacalità e una certa dose di masochismo. Ma credo mi capiate, affezionati internauti: le visite in questo blog non sono poi così poche, e temo che ci sia qualcuno che qui, dopo esserci stato una volta, ci torna. E bisogna volersi male per fare una cosa del genere. Certo, chi mi conosce sa che sono un sadico, e che non scriverei mai qui se non sapessi che ci sono dei masochisti che vengono a leggere le inutili parole che escono dalla punta delle mie dita: ogni volta che batto un tasto, i polpastrelli mi fremono al pensiero di quelli che si faranno male leggendo i miei deliri telematici, e un brivido adrenalinico mi scuote le ciglia nasali. Per smettere di far tremare le ciglia nasali che fibrillano sono solito mordicchiarmele. Che stavo dicendo? Ah, si, la pace interiore. Non ho trovato un equilibrio – sarebbe stato impossibile, visto il pietoso stato d’abbandono in cui giace la mia psiche – ma ho trovato una buona dose di quiete. Una cosa simile alla consapevolezza buddista, ma senza che ci sia il Budda di mezzo (anche perché, sovrappeso com’è, avrebbe occupato troppo spazio: e c’è già il mio ego che ne prende una fetta di dimensioni indecenti. Il mio ego è come il corpus di Mp3 sul mio hard disk: fastidiosamente voluminoso e non ulteriormente comprimibile). A chiosa del discorso, rinnovo i ringraziamenti a tutti quelli che conosco e che in un modo o in un altro mi sono stati (e mi stanno) vicini; senza cadere nella facile trappola della “lista degli amici”, anche perché chi c’è sa di esserci, e chi non c’è spero si senta mostruosamente in colpa (non è vero, in realtà di chi non c’è non me ne frega nulla, ma una punta d’astio non guasta mai anche in mezzo alla quiete spirituale: questione d’abitudine). Dunque, Iz porge i suoi rispetti chi se lo merita. E anche per quest’anno la mia buona azione l’ho fatta.
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| Atrocity Exhibition |
| 10.26.04 (11:08 pm) [edit] |
Non ho un nome. Potete chiamarmi Iz. BPM. Sta, in inglese, per “[i]Beats Per Minute[/i]”. In ambito musicale è l’essenza stessa della velocità o della lentezza. Nella musica elettronica, che non si pone limiti prefissati, i BPM diventano la base su cui modellare le emozioni. Sia quelle di chi suona, sia quelle di chi ascolta. Questo post inizia a 67, con i [i]kick [/i]sintetici che pulsano come in una discoteca al [i]ralenty[/i]. Cristo alla console che sposta le manopole del sintetizzatore al ritmo delle gocce che scivolano giù dalla corona di spine. Musica crudele come un [i]Breitschwanz[/i], che seziona la coscienza strapiombandola nell’angoscia.
Si aziona il rotore del passo-passo. Viene corretto dal [i]trimmer[/i]. Il movimento aziona ruota intermedia e ruota di rinvio. E in questo modo, sul vostro orologio è scattato un secondo. Da capo…
Ma voi, cari internauti, non siete certo sconvolti: avete la pelle dura. Che questa sia solo il frutto di una fastidiosa sclerodermia, poco importa… Certo. Aver coriacea la scorza è un punto di forza irrinunciabile. Guai a lasciarsi andare alle emozioni, è chiaro che non si può uscire dal copione o abbandonarsi a improvvisazioni. Ho visto un po’ di cose, nella vita. E quasi tutte erano facenti parte di una machiavellica sceneggiatura. Ho visto anche crisi nervose perfettamente autoimposte. Mi tocca dividere il pianeta con gente che ha usato talmente tanto solo risate di circostanza da essersi dimenticata come si ride veramente. L’obduzione di sé. Dopo, al posto del cervello, hai un dramma in tre atti. Ma questo è Lepidezze Cataplasmiche, il sito dall’indirizzo acrotonico che aborrisce l’acranìa: se proprio devo aver qualcosa al posto del cervello, preferisco una commedia nonsense. Dunque, per evitare di banalizzare, passo dell’MDMA al Dj. Si vola da 67 Bpm a una velocità che oscilla stocasticamente fra 300 e 380 Bpm, nel vano tentativo di ritrovare una direzione in questo post: dico “vana” perché non mi ricordo di nessun post scritto dal sottoscritto che abbia una qualche direzione.
Ilvostronervoauricotempol arestaimpazzendocerc andodidirigerenelsolchice rebralilateraliposte rioritroppeinformazionitu tteinunavoltamentrel avostramentenonriesceasme tteredipensareperché ascoltarequellacacofonia troppoeforseneanchen evalelapenanonostanteinqu estomomentoleinforma zionisisianoconcentratene lcorpopinealechedice vanogliantichifosseilcent rodellavitaavrannoav utoiloromotiviperipotizza reunacosadelgenerema d’altraparteprobabilmen tegliantichinonascolta vanoquestamusicaaltriment iavrebberosicurament epensatodimettereilcentro dell’animadaqualchea ltrapartechessònelpancre asperchécosìsidiventa veramentescemimanonsipuò abbassareilvolumemale dizioneepoiinsommamancaco mpletamentelamelodia cisonosolosuonicampionati elesinapsiinizianoad iventarmiinfiammatenonvor reichepoisuccedesseq ualcosadibruttotipodannip ermanentialtimpanoop puresemplicementemegliole vareletendechequanon hodettoancoranullaesonogi àpassatidieciminuti…
Avrete capito che, al naturale, a quelle velocità l’orecchio percepisce i suoni ma il cervello non li codifica propriamente. Ci vogliono droghe pesanti per permettergli di intendere qualcosa, e non me la sento di consigliarvene l’uso (non solo perché è reato, ma per il semplice fatto che Lepidezze Cataplasmiche è allucinogeno allo stato naturale). Tanto quello dei Bpm è solo un escamotage retorico, anche se mentre scrivo tendo a dimenticarmelo. Se tendete a dimenticarlo anche voi mentre leggete, internauti, non vuol dire che io scriva in maniera efficace: probabilmente vi siete veramente rimpinzati di sostanze illecite. # a causa degli errori dei genitori di sesso maschile, furono sterminate intere distese di piante da fiore... le colpe dei padri ricadono sui tigli # Ogni tanto mi chiedo se quello che mi succede intorno abbia un senso. E se quello che faccio io possa cambiare in qualche modo la direzione degli eventi, o magari addirittura le azioni delle altre persone. E subito dopo mi rendo conto di quanto sia inutile la mia domanda: quando impatti col mondo reale ogni previsione, ipotesi o pensiero, deve adeguarsi al caso che permea il pianeta. Fare piani precisi serve solo a rovinarsi lo stomaco con una gastrite. Dunque, se vi avvalete dei copioni di cui sopra, vi conviene usarli per detergerci le terga. Posso piantarla con la retorica da due soldi, adesso, e passare alle cose serie.
E anche questo post è finito.
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| Continuava a sfuggirmi dalle dita... |
| 09.24.04 (11:25 am) [edit] |
Non ho un nome. Chiamatemi pure Iz. Se fossi un personaggio di Paz, potreste chiamarmi Roipnol o Darkene. Se fossi un personaggio di Tolkien, potreste chiamarmi Celebril o Mordraug. Se fossi un personaggio di Beckett, potreste chiamarmi come volete, tanto non arriverei comunque. Purtroppo per voi, però, non sono un personaggio, e vi toccherà chiamarmi per nome, una delle cose che, per l’appunto, mi manca. Bentornati su Lepidezze Cataplasmiche, il sito che introietta le intumescenze e le trasforma in palline di caolinite pralinate (da assumere, ovviamente, per via rettale). La mia consueta schizografia, dopo avervi lasciato in pace gli occhi per qualche tempo, riprende i suoi assalti: che oftalmoplegia vi colga, internauti, ma con affetto. Questo post non voleva uscire: il maledetto continuava a ciriolare e a sgusciarmi via, dribblando fra le dita e i tasti della tastiera e § I tasti della tastiera è ridondante. Non potevano chiamarla in un altro modo, la tastiera? Un po’ di fantasia. Ecco, io l’avrei chiamata [i]sgurzfffrip[/i]. § Dov’ero rimasto? Questo post non voleva uscire: il maledetto continuava a ciriolare e a sgusciarmi via, dribblando fra le dita e i tasti della tastiera e questo ha causato un eccesso di parole nel mio malandato cervello: la scritta “cerebropimelòsi” ha iniziato a lampeggiare su un pannello a cristalli liquidi e l’insieme dei miei pensieri si è gonfiato come un tacchino americano nel giorno del ringraziamento § che avranno poi da ringraziare? E perché proprio quel giorno? Ma soprattutto, i tacchini non si sentono un po’ presi per i fondelli? § Oh, scusate, continuo a divagare. Insomma, il mio [i]ensemble [/i]di pensieri era diventato obeso. Un dramma: praticamente stavo continuando a generare pensieri casuali più velocemente di quanto le mie appendici comunicative riuscissero a smaltirne. E questo perché? Perché a volte capita che la vita ti sfugge dalle dita. L’avevi lì, bella stretta, finchè non hai sentito che perdevi la presa. Succede in fretta, ne perdi il controllo, la direzione, e tutto quel che fai collassa su se stesso, senza senso né possibilità di ripresa. (Tutto questo passa, prima o poi, per istinto di sopravvivenza, a meno che uno non abbia subito troppi traumi in una volta sola. Dunque, quando passa, non c’è niente di strano. E questo discorso temo che vanifichi il sermone che stavo per scrivere. Ma te guarda alle volte.) Uffa, mi tocca ricominciare da capo, ho buttato là una tesi e me la sono confutata da solo, prima di finire di esporla. Ve l’ho detto, è che sto sputando fuori tutti i pensieri accumulati durante la cerebropimelòsi. Per rendervi più piacevole l’immagine di io che sviscero queste cogitazioni, vi consiglio di pensarmi con un orecchio al posto della bocca, che si muove innaturalmente tentando di parlare, e che per lo sforzo si produce in un attacco di otorragìa. Chi ha pensato “che schifo” alzi la mano. Chi ha alzato la mano, fuori da qui. Nessuno ha alzato la mano? Bravi, internauti… E ricordate: se la vita vi sembra brutta, non avete mai visto un malato di lebbra.
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PS: I nati prima dell’86, se hanno alzato la mano poc’anzi, possono sempre dare la colpa a Chernobyl, e rientrare in aula. Gli altri dovranno portare una giustificazione scritta firmata da Flaffy.
PPS: Ho citato Celebril Mordraug. Chi mi sa dire chi è vince un soggiorno premio a Bosco Atro con me.
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| Un'iniezione di ricordi forzati. |
| 08.25.04 (8:54 am) [edit] |
Non ho un nome. Chiamatemi pure Iz. Riattivo il cervello dopo le ferie. Una faticaccia: la leva d’avvio è arrugginita, le guarnizioni sono sporche e la voglia di rimetterlo in moto è minima. Una salva di ricordi che parte da vent’anni fa si riversa nella stanza. Dalle scuole elementari al primo amore, dalle occupazioni del liceo alla perdita di coscienza nelle situazioni più disparate. Una verità su tutte: le cose per cui dovresti piangere ti fanno sorridere, le cose per cui dovresti sorridere ti fanno venire le lacrime agli occhi. Le canzoni sfilano in un’assurda parata. Dai Queen ai Coal Chamber, da Jean Michel Jarre a Siouxsie and the Banshees, passando per gli Uriah Heep, i Joy Division, i Blind Guardian e i Moonspell, e arrivando senza pretese di continuità ai Fear Factory. Forse sto per morire. Forse è la vita che mi scorre davanti agli occhi perché sa che sta per finire. O forse lo fa così, per scherzo, perché è fondamentalmente molto dispettosa. Le persone mi passano davanti. Amici, nemici, parenti, amanti, ragazze, sconosciuti… Tutti insieme nella stessa stanza, le cui pareti hanno la stessa logica di un quadro di Escher. Alcuni mi insultano, alcuni mi ignorano, qualcuno mi abbraccia, mi bacia. Qualcuno mi bacia sulla bocca, qualcuno in fronte. Forse controllano la temperatura, per vedere se sto male. A ruota, mi girano intorno battesimi e funerali. Tutto nella stessa maledetta manciata di minuti. Forse sto per morire. Forse è la vita che mi scorre davanti agli occhi perché sa che fa male. Forse è la vita che mi scorre davanti agli occhi perché sa che fa anche bene, a volte. Forse la vita che ti scorre davanti non sa cosa sta facendo, ma lo fa perché non ha di meglio con cui impiegare il tempo. E la velocità delle immagini crea un buffo effetto flou che confonde le cose. Secondo me un pipistrello ubriaco ha una percezione della realtà simile a questa, a livello visivo. Con quale criterio il cervello ricorda o dimentica? Chi è che gli dà il diritto di dividere le mie esperienze in “valide” e “scartate”? E, soprattutto: questa ha l’aria di essere una paranoia inutile, chi è che gli ha detto di andare fuori di testa, al mio cervello? E perché proprio ora? * Il mio organo pensante è indipendentista. Ogni volta che me ne dimentico, mi stupisco dei miei pensieri. * Forse sto per morire. Anche se, francamente, mi sembra un momento stupido per farlo. Potrei presentare formale reclamo, se succede. C’è sempre qualcuno a cui dare la colpa.
Effetto di Transizione: Dissolvenza Incrociata.
Primo piano di un ragazzo bruno. Sguardo verso l’obiettivo. Zoom vertiginoso verso l’occhio destro; quando ormai è inquadrata solo la pupilla, stacco su un effetto “tunnel in movimento”, in grafica 3D, che scorre velocissimo. Il tunnel termina nel bianco, come se in fondo ci fosse una fortissima luce. Dissolvenza dal bianco a: stanza malmessa, sporca, piena di cartacce e rifiuti vari. In mezzo, un cartello di lavori in corso, e una transenna a strisce bianche e rosse, con appeso il cartello “fuori servizio per inventario”.
Effetto di Transizione: Dissolvenza in Nero
Ogni tanto ci casco anche io, nei cliché da Blog. Tipo il caro, vecchio, post sui ricordi. Ma che volete farci: ormai ho visto parecchi tramonti, qualche alba, diverse eclissi e Chernobyl. Ecco, ecco cosa. Non sto per morire. Qualsiasi cosa stia succedendo, qualsiasi cosa mi venga alla mente, qualsiasi cosa io decida di fare, o io abbia fatto, o io stia effettivamente facendo in questo momento; qualsiasi emozione, espressione, orazione o produzione scritta, qualsiasi tentativo di portare il mio io fuori da me stesso; ogni cosa, buona o cattiva, mi passi per la testa… E’ colpa di Chernobyl.
“E quello che ha fatto prima del disastro nucleare, Mr. Iz?” “Mi appello al quinto emendamento, vostro onore. Faccia conto che prima io non esistessi.” “Si può?” “Si può tutto, vostro onore, basta avere abbastanza faccia tosta.”
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| Vaudeville, Capitolo Quinto (Epilogo). |
| 08.14.04 (1:28 am) [edit] |
Non ho un nome. Potete chiamarmi Iz. La realtà si distorce come in un caleidoscopio di besciamella: è l’alba, a Vaudeville. Stu, il boscaiolo del Teatro, si stiracchia ascoltando con la coda dell’orecchio il cinguettio dei koala. Si lava, si veste, prende la sega elettrica e come ogni mattina va a distruggere un pezzo di Fantabosco. “Da quando ho sterminato i Teletubbies la mia vita non è più la stessa” pensa amaramente prima di uscire di casa. Sta per chiudersi la stagione, a Vaudeville, e il Teatro freme, nell’incertezza tipica di chi non sa se sta per trovarsi di fronte una fine generica, passeggera e facente parte di un ciclo, o la Fine, definitiva e ineluttabile come un’intossicazione alimentare da McDonalds. L’aria è carica di irrequietezza arancione sfumata di flatulenze acri. Ogni cosa sembra avvertire che qualcosa sta per lasciare il posto a qualcos’altro, e il timore che questo qualcos’altro sia il nulla inizia a serpeggiare per le piastrelle del foyer. I sintomi della chiusura della stagione a Vaudeville assomigliano tremendamente a quelli di un attacco di panico. Il fatto che nessuno a Vaudeville soffra di attacchi di panico non semplifica certo le cose. Le uniche che non si preoccupano sono le Braccia, che di queste cose se ne lavano le Mani. Nonostante tutto, il senso di ambascia non è poi così terribile. Solo, si fa strada in ogni abitante del Teatro la paura del tedio, dell’inopia e, in alcuni rari casi, delle brioches alla marmellata. Un’esplosione, e la realtà ricomincia ad avere senso. Lentamente, lo squallore dell’umanità inizia a riprendere forma agli occhi degli Occhi. I suoni delle automobili smettono di avere sapore di meringa, il dolore riprende a far male, l’acqua di mare torna inquinata. l’Ironia si ritira d’improvviso a tremare in qualche angolo della mente. La gente è ancora stupida e cattiva, là fuori, pronta ad accoltellarti alle spalle così, tanto per farsi bella. Osservando il corpo che si rimette dall’implosione, il Cervello ordina alla testa di scuotersi in un cenno di rassegnato dissenso. “Così non va.” Lo dice la Bocca, interpretando a meraviglia il pensiero del Cervello. L’amarezza lascia il passo al disgusto. Non ci si può arrendere così.
Ed è turbinare di coriandoli. Grida di giubilo. Mozzarelle di bufala. Fuochi d’artificio che odorano di timo, cumino e benzene si lasciano esplodere allegramente insieme a uno stock di quarantasette yorkshire Le ventiquattro ballerine di cancan con una gamba sola cadono all’unisono intonando la marsigliese alla rovescia, mentre viene issato il cartello “[i]Fools' Fate[/i], Teatro Itinerante” e il corpo si rifugia di nuovo all’interno del cervello: e tutto di nuovo perde consistenza. Al posto di Vaudeville, adesso, c’è un gigantesco teatro montato su un’impalcatura che ricorda vagamente un organo a canne fatto d’ossa, un boeing 747 e un passeggino. Ali membranose ne ornano i lati, mentre l’Intestino si posiziona nella parte posteriore della struttura onde fornire un’adeguata propulsione gassosa. Vaudeville, da statico luogo d’irrealtà, diventa follia itinerante.
Se davvero là fuori è così terribile, sarà il caso di portarci un po’ di Improbabilità. C’è un luogo chiamato [i]Fools' Fate[/i], in giro per il mondo: se lo vedete dalle vostre parti, fateci un giro. E’ musica, e colori, e malcelata impossibilità a coesistere con la parola “standard”. C’è un luogo chiamato [i]Fools' Fate[/i], in giro per il mondo: accoglie chiunque non si vesta griffato, e omaggia chiunque non si senta a suo agio nella banalità col suo inconfondibile stendardo, il diavoletto blu elettrico su sfondo nero, che mostra sprezzante il dito medio. C’è un luogo chiamato [i]Fools' Fate[/i], in giro per il mondo: e sta venendo da voi.
Perché questo è Lepidezze Cataplasmiche, il sito che sconfigge la staticità sfruttando pigramente la forza di gravità, e che alla fine rimbalza e atterra sempre in piedi. Detto ciò, lascio che il Teatro Itinerante cominci il suo viaggio. A presto, internauti.
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PS: Tutto questo, avrete capito, serviva solo a dirvi che vado in ferie. E che ogni tanto qualcosa cambia. Tranne il fatto che non ho un corpo, non ho un nome e potete chiamarmi Iz. E poi dite che non vi voglio bene.
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| Vaudeville, capitolo quarto (perchè "pàchne" in greco vuol dire sia brina che sangue rappreso?). |
| 08.07.04 (10:59 pm) [edit] |
Non ho un nome. Potete chiamarmi Iz. Grande festa, a Vaudeville, per il matrimonio fra la Milza e Bugs Bunny. Al grido di “esci fuori, dannato coniglio”, lanciato con tempismo dal testimone dello sposo, Yosemite Sam, la coppia si è affacciata sul ridotto del Teatro ed è stata investita da manciate di palline di indifferenza blu. La marcia nuziale è stata suonata da Poldo, lo pneumococco, in maniera impeccabile seppur vagamente roca. Sembrerebbe un matrimonio strano, ma niente è realmente strano qua a Vaudeville. Lei, così abituata a provocare dolore sulle lunghe distanze, così frustrata per avere una funzione che nessuno conosce. Lui, un dandy incompreso e afflitto da quell’orribile vizio di sgranocchiare le carote (fossero solo le carote… c’è il sospetto che dietro alla facciata di tranquillo roditore ci siano storie di pedofilia ed eroina, ma sono solo illazioni). Io, ahimè, ho dovuto disertare il matrimonio e ho lasciato al mio posto, come invitati, i [i]Division of Laura Lee[/i]: dovevo organizzare il comitato di benvenuto alla Bambina in Nero, che è passata da Vaudeville per assistere all’ultima giornata della rassegna “Illogical Paraponzi”. Ad ogni modo, il sindaco di Vaudeville (che per quella giornata era lo Stomaco) ha regalato agli sposi, una vacanza post cerimonia: la Luna di Bile. Suona una sveglia. Il rumore è quello [i]noisy[/i] di un telegrafo, ma assai amplificato e con effetto flanger. Il mio udito mette a fuoco: è il suono che accompagna un telegramma di mio fratello. Sapete che voleva? Io si, ma non ve lo dico: sono dispettoso. Era solo un simpatico [i]escamotage [/i]per cambiare bruscamente discorso. Agosto è il mese peggiore per scrivere, perché i caldi raggi del sole hanno un terribile effetto sui neuroni: ma a Vaudeville i neuroni hanno gli ombrelloni, e ad agosto, quando non rimane nessuno che legge, si scrive di più. Questo è Lepidezze Cataplasmiche, il blog che mente sapendo di mentine. E questo perché, nello sparare amenità senza senso, bisogna almeno avere il buon gusto di avere l’alito fresco. E così, ridendo e scherzando, si apre il primo Galà della Pubblicità di Vaudeville.
Effetto di Transizione: Dissolvenza dal Nero.
Primissimo piano, di un ragazzo (capello lungo e liscio, biondo cenere, faccia pulita, pizzo appena accennato, da adolescente) con un espressione beata e sorniona stampata in faccia. Il ragazzo è immobile. Si allarga l’inquadratura, fino a inquadrare anche le spalle. Si nota che il ragazzo è seduto (alle sue spalle ci intravede lo schienale di una sedia in legno), sempre immobile: il sospetto è che sia sotto l’effetto di qualche sostanza stupefacente. Voce off, di donna: “Mio figlio si faceva gli spinelli. Il puzzo di fumo in camera sua era intollerabile.” L’inquadratura si allarga ancora, mentre la voce prosegue: “Non sapevo davvero cosa fare: anche giustificarmi con gli ospiti era diventato impossibile!”; la telecamera, adesso, è arrivata a riprendere il giovane per intero: il ragazzo è effettivamente a sedere su una rozza seggiola lignea, ed ha la maglietta blu strappata e lacera; uno squarcio gli attraversa la regione addominale lasciando colare a terra gli intestini. Alle sue spalle compare la madre, con un coltello da macellaio in mano sporco di sangue, e gli appoggia una mano sulla spalla. La donna ha un sorriso bianchissimo e irreale in faccia; parla, e si nota chiaramente che è doppiata: “Ma da quando ho scoperto i Coltelli Flex la serenità è tornata nella mia casa.” Primo piano della madre sorridente, in fermo immagine. Voce off, maschile, calda, invitante: “Coltelli Flex: taglia di netto coi problemi in famiglia”
Effetto di Transizione: Dissolvenza in Nero
C’è chi dice che un conto è far malestri, un conto è danneggiare di proposito. C’è invece chi dice che quel che conta è il risultato. C’è chi è pronto a raddrizzare i torti anche quando non ce n’è bisogno, c’è chi invece di essi si bea, lasciandosi inebriare dal maleolente e greve odore del sadismo. Far male a qualcuno può essere piacevole: lasciarsi andare ai propri impulsi causando dolore e traendone godimento, veder plasmati i propri desideri, modellarli prendendo a colpi di scalpello la psiche altrui come un ceroplasta, può essere talvolta inebriante. Oppure farsi i fatti propri, perseguire un proprio obiettivo, calpestando senza ritegno tutti quelli che ci stanno intorno, ignorando il dolore che si può causare, vivere in un mondo di cartapesta: tanto il sangue è fuori, e non è nostro… Bisogna solo tener conto della reazione dell’oggetto dell’atto lesivo: non tutti sono d’accordo a farsi sbranare l’anima a morsi. Da atti deliberatamente offensivi potrebbe scaturire una reazione spontanea, brutale e animalesca, e allora sono guai. Si sa: il fine giustifica i grezzi.
[b]xIZx[/b]
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| Ermeneutica del gesto |
| 08.02.04 (12:11 pm) [edit] |
We can get togheter and we're very cooperative. Avete presente quel sogno in cui state affogando in un gel liquamoso? Ecco quello. La gente pretende che i suoni vengano concepiti come una continuità armonica di modelli matematici ----come a dire che i Nibelunghi di Wagner sono un'equazione . Ogni violino ha una sua struttura composta da corde che pizzicate, oscillano emettendo onde sonore . L'ultima volta che ho suonato un violino era uno Stradivari. L'ho suonato con un seghetto per metallo. Avete peesente quel sogno in cui la gente prende fuoco? Ecco quello. La gente pretende di avere una coerenza che spesso si traduce in una realtà di cortesia per cui ad azione corrisponde debito da colmare verso un terzo fortuito depositario del nostro senso di colpa. Giustizia Catallattica : prima o poi tutto torna indietro come un boomerang. L'ultimo dono che ho fatto è stato un pacco bomba (eccezione non contemplata dalla teoria sopra esposta) Avete presente quel sogno dove dovete tornare a dare l'esame di stato? Ecco quello. I depend Preferire l'ordine al disordine non è una patologia ...dà solo fastidio(giusto per avere qualcuno da sacrificare). I depend Adoro il Vampirismo proprio di alcune malattie specie quelle che si trasmettono con contatto ematico: è bello sapere di lasciare parte di noi a nutrirsi del corpo dell'altro. I depend. Avete presente quel sogno in cui qualcuno uccide la tua famiglia e i tuoi amici? Ecco... quello sono io.
[b]Uriel[/b]
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| #2 |
| 08.01.04 (11:50 am) [edit] |
come una circe dai gesti scomposti. disarmonia che scalda l'aria. qualcosa che sa di puttana attempata intorno al tuo collo. lo scintillio di un sesso sporco e maleodorante. buttata a terra. sotto cori di voci cattive. sotto la lussuria che si consuma.
sperma e caramelle.
[b]Bambina in Nero[/b]
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| Vaudeville, capitolo terzo (Tintinnante Titanio). |
| 07.21.04 (12:04 pm) [edit] |
Non ho un nome. Potete chiamarmi Iz. L’importante è saper leccare le ferite. Ovviamente degli altri. Condizione necessaria se si vuole che qualcuno lecchi le nostre. A questo punto, è lapalissiano che “ferite” è una metafora. Ma, a Vaudeville, sono in molti ad andare pazzi per le metafore (c’è anche un ristobar, nel Teatro, chiamato “la Perifrasi”, che ne cucina di ottime). Già, le perifrasi. Quelle cose per cui se la tua ragazza ti dice “preferirei prenderci una pausa” il tuo cervello riceve l’immediato imput che gli conferma che sono mesi che lei ha una storia con uno studente di Medicina, e che spiegano anche quel terribile prurito sulla fronte. A Vaudeville l’unica cosa che viene preferita alle perifrasi sono gli eufemismi. Per esempio, usando in senso eufemistico frasi che non sembrano eufemistiche. “Quella lì è la più grande meretrice sulla faccia della terra.” “Davvero?” “No, questo è solo un eufemismo.” “Acciderbola!” Il Sistema Simpatico (che, contrariamente alle apparenze, è in realtà antipaticissimo, più che altro perché è sempre nervoso) chiama queste formule “eufemismi rafforzativi”. Chissà cosa volevo dire. Ogni tanto mi dimentico. E’ colpa della placca di titanio che mi hanno infilato nel cervello quando ero piccolo. L’importante è saper leccare le ferite. Ovviamente degli altri. Condizione necessaria se si vuole che qualcuno lecchi le nostre. Tutto questo, internauti, ormai mi conoscete, non c’entra niente con il resto del post. Certo, siete abituati a cose ben peggiori. Potrei mettermi a scrivere una lista della spesa cercando di farla passare per “una cosa scritta con uno stile incomprensibile ai più”. O potrei rallegrarvi con funamboliche sperimentazioni linguisticoalternative che lasciano il tipico retrogusto di elefantiasi mal curata e a lungo leccata, quel sapore di ruvidume tanto caro a chi apre un blog tanto per fare. Posso scrivere un post senza usare la barra spaziatrice. Mettendo in fila le parole senza staccare la mano dal foglio. Per scoprire cosa ho scritto dovete unire i puntini dall’1 al 76. Ma, per mia fortuna, non è questo il mio stile. Di scrittori che sperimentano sul serio in questo senso ne conosco solo uno che mi piaccia davvero, e mi basta. Chissà cosa volevo dire. Ogni tanto mi dimentico. E’ colpa della placca di titanio che mi hanno infilato nel cervello quando ero piccolo. L’importante è saper leccare le ferite. Ovviamente degli altri. Condizione necessaria se si vuole che qualcuno lecchi le nostre. Ce l’ho con la lingua, oggi. Sarà che spesso viene usata a sproposito. Frasi vuote come vespasiani in disuso. A Vaudeville non si usano i vespasiani: va di moda la turca. Meglio poter controllare gli escrementi che escono dal nostro corpo, sia che escano dal posto giusto, sia che vengano incautamente espulse dal cavo orale. La puzza tende ad allontanare le persone in maniera irreversibile. La cosa più brutta è che le persone che si autoespellono dalla vita altrui in questo modo, poi hanno anche il coraggio di piangersi addosso, di dire che sono vittime di una situazione avversa. Per favore, un po’ di dignità. Ad ogni modo, oggi sono di buon umore. * umore: liquido biologico di un organismo animale o vegetale. (il nuovo Zingarelli) * Chissà cosa volevo dire. Ogni tanto mi dimentico. E’ colpa della placca di titanio che mi hanno infilato nel cervello quando ero piccolo. L’importante è saper leccare le ferite. Ovviamente degli altri. Condizione necessaria se si vuole che qualcuno lecchi le nostre. Ma, per favore, state lontani dalle mie. Chissà cosa volevo dire. Ogni tanto mi dimentico. E’ colpa della placca di titanio che
[b]xIZx[/b]
PS: Scusate per la brusca interruzione del post. Niente di grave. Un aneurisma
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| Vaudeville, capitolo secondo (Lächerlichkeit). |
| 07.19.04 (12:01 pm) [edit] |
Non ho un nome. Chiamatemi pure Iz. La Sagra della Fobia Dissacrata di Vaudeville si è conclusa con il consueto concerto di chiusura. Poldo, lo pneumococco, ha diretto il sistema respiratorio nell’interpretazione di un grande classico, la 5° Sinfonia Pneumorragica in La Minore (detta “la Rauca”) di J.S. Bach, già apprezzato scopritore di fiori usati a fini terapeutici in omeopatia. In seguito l’Epidermide ha tenuto il discorso di rito, che quest’anno aveva per titolo “Migliorare il proprio aspetto con la spirochetòsi”; grassi applausi dal pubblico, composto dal resto del corpo, da una banana e dai [i]Me First And The Gimmie Gimmes[/i].
* L’ansia è un paio di mani che ti afferrano saldamente lo stomaco. Niente dolore: è una stretta decisa, ma non come quella di un’ulcera. Però può durare ore. Si può ricorrere ad un ansiolitco generico per convincere quelle due mani malefiche ad abbandonare la loro posizione per passare a un massaggio cerebrale, ma se non si trova un modo per scacciare l’ansia dall’interno si cade in un circolo vizioso, che come ogni cosa in cui c’entri il vizio alla lunga genera dipendenza. Fa Diesis, in quel momento, era ansioso. Guardò con occhi spenti i [i]Me First And The Gimmie Gimmes [/i]che battevano le mani sotto il palco, e si chiese il perché della sua presenza lì, a Vaudeville. Si ricordò del libro che aveva comprato poco prima in una bancarella della Sagra, e ne osservò la copertina. Un’anonima copertina giallo ittero, con il titolo stampato a calde lettere rosse: “[i]Lächerlichkeit[/i] : l’utilità di avere un vocabolario di tedesco”. Il libro era completamente vuoto. Il che è piuttosto normale, dato che si trattava di uno dei tipici libri che giravano a Vaudeville: tomi bianchi che pretendevano che fosse il lettore a fare lo sforzo di concepire la storia che li avrebbe riempiti. Quasi nessuno ne prendeva uno con il reale intento di mettere sulle pagine qualcosa di decente: averne uno era normale, averlo anche pieno di qualcosa, invece, era troppo faticoso. Per comodità, lo stesso fondatore di Vaudeville aveva ideato per questi libri un nome semplice e immediato: “vita”. Fa Diesis sospirò. Era ora che iniziasse a mettere qualcosa nel suo. Aprì il libro e iniziò a fantasticare. E se avesse potuto vederne la copertina, si sarebbe accorto che il titolo era già cambiato. Adesso, sulla cartonatura esterna del volume, campeggiava la scritta: “[i]Lächerlichkeit[/i] : l’utilità di avere un vocabolario di tedesco accordato in Fa Diesis”. *
La primavera sul palco di Vaudeville arriva quando meno te l’aspetti. Le umide giornate estive, pesanti come un crossover fra Dino Campana e i Sepultura, lasciano spazio al cinguettio delle ghiandole pineali e alle canzoni di Sbruz, il Pazzo Solitario (citato peraltro dal Leopardi nel celebre incipit “Sempre caro mi fu quest’ermo folle”), mentre sbocciano allegramente all’interno del foyer pezzi di bistecche, col loro tipico, persistente e aromatico profumo di carne guasta. Anche se adesso, a Vaudeville, è autunno. Il cielo sopra il Teatro è plumbeo. Le nubi che circondano il Teatro sono plumbee. Il piombo sotto il Teatro è rosa. L’aria, paziente come un mattone, attende di scaricarsi in un violento temporale: tutto questo in linea con il ciclo stagionale di Vaudeville che, avrete capito, segue il misterioso disegno di Dio. Disgraziatamente, Dio non esiste. Fra parentesi: ho anche provato a sostituirlo. Coi [i]Me First And The Gimmie Gimmes[/i]. Ma il tentativo è fallito. Con un colore a tempera a caso. Ma il tentativo è fallito. Con un’equazione di secondo grado inzuppata nella grappa. Ma il tentativo è fallito. Con un tentativo fallito. E ci sono riuscito. [b]xIZx[/b]
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| La domenica gli edifici crollano. |
| 07.18.04 (12:04 pm) [edit] |
Io non sono nessuno. Provate a darmi un nome, qualunque esso sia, non sarà mai quello giusto. –Stacco netto : donna che piange su bambina morta, il dottore entra con un paio di calze a rete rotte; da dentro le gambe colano rivoli di liquido rosso porno, il resto è in bianco e nero bruciato, va bene così- Ogni tanto , ma solo quando i tempi sono sovrapponibili a livelli amniotici, mi ripenso come essere inconoscibile e leggermente detestabile. Instabile. Inusuale. Inusitato. Forse al limite un po’ … - completare a piacimento- E’ che sono privo del lobo temporale destro del cervello o forse quello sinistro: al momento della lobotomia mi sono dimenticato quale parte della mia essenza (matematica?umanistica?ma tetistica? umana?) si sia perduta dietro alle conturbazioni di un neurochirurgo in cerca di autocelebrazioni egotiche. Lepidezze cerebroplastiche, a volte mi nutro anche di quelle. Ogni tanto piango, ogni tanto rido, ogni tanto mi sollazzo osservando le evoluzioni psicopindariche/coitopind ariche/eteropindariche di un soffitto oscuro dall’intonaco verde mela. Ogni tanto invece mi accorgo dell’odore tipico dei cadaveri - effetto di transizione: montaggio a taglio. Eliche ribonucleiche che si alternano a cavità orali spasmodicamente aperte in un urlo conturbante, affascinante, di sicuro carnifico (di dolore dilaniato) - Io non sono nessuno, chiamatemi come volete: di sicuro state sbagliando dizione. Il mio colore non esiste: è in realtà solo uno stato fisico derivante da una mancata rifrazione di onde particellari. - Dissolvenza in nero : dio che brucia su di una pila di vinili anni ‘68 e Jimmy Page che ride sottolineando che Heartbreaker ha la prima corda abbassata di un tono - A volte sono affetto da discinesia intellettiva ma poco me ne curo. Quel che mi interessa è sapere che ad oggi, per qualcuno, Dio è ancora morto ma non sa in quale cimitero sia stato sepolto. Io amo portare i ciclamini a Dio. Mi fa sentire buono. Quel che mi interessa è sapere che per qualcuno, io sono ancora vivo. Fare il morto sull’universo contemplato come tale significa galleggiare sull’entropia caotica e frammentaria (pane di menti piccole e mai precedute da un “d” matematico) e pensare che se a Tokyo una farfalla sbatte io qua, in extrema ratio, rovescio un bicchiere d’acqua.. Ex legge 28 cost.. = quando la Madonna piange sangue è peccato veniale correggerci il caffè ) (esegesi della dottrina illuminata sul tema della condotta antisindacale del datore di lavoro) A volte mi accorgo che certi umani non hanno il senso della misura e si credono più alti di quanto in realtà sono. Ma poi penso che sono solo umani e non ha senso applicare a loro accidenti quali altezza, larghezza, intelligentia. Mi domanderete cosa sono io. Domanda banale: chiedetemi piuttosto quando sono io. Almeno, se mai saprò rispondere, non avrete mai a dovervi guardare le spalle. Perché io passo una volta sola: e in quel giorno, per favore, chiudetevi in casa, con le coperte agli occhi, magari sotto il letto di mamma e papà. Magari ci trovate Iz e io mi risparmio un lavoro. Grazie. Prego. Scusi tornerò. Buonanotte e arrivederci. Quando? Siate per una volta originali, per favore…chiedetevi Perché.
[b]Uriel[/b]
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| Comunicazione di serVizio #2 |
| 07.18.04 (12:01 pm) [edit] |
Non ho un nome. Chiamatemi pure Iz. Siamo già alla seconda comunicazione di serVizio questo mese. Non mi va di sprecare un post solo per avvisarvi che da oggi la lista di persone che scrivono su questo blog si è allungata ancora (dopo la Bambina in Nero, un altro pazzo sprecherà qui il suo tempo: dopo tutto, questo è Lepidezze Cataplasmiche, un’alternativa ossessivo-compulsiva alle attività produttive). Però lo faccio.
Saludos,
[b]xIZx[/b]
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| Vaudeville, capitolo primo (La Sagra della Fobia Dissacrata). |
| 07.16.04 (12:12 am) [edit] |
Non ho un nome. Chiamatemi pure Iz. Bentornati su Lepidezze Cataplasmiche, un ipodermico rifugio criogenico aperto a tutti, ma soprattutto a Flaffy. Quando la malinconia mi incide sull’anima ghirigori di dolore, come se fosse un maldestro tatuatore che non crede nell’esistenza degli aghi sterili, mi rifugio nella musica. Mi lascio cullare e commuovere dalle maestose composizioni di Ennio Morricone, o scivolo nella frenesia tachicardica dell’elettronica. O, ancora, mi faccio sollevare il morale dai precisi battiti martellanti e dagli irresistibili riffs di qualche metal band coi controtesticoli. A volte, la musica non basta. A volte neanche le preziose partiture delle formazioni gothic più in forma, neanche l’ossessiva energia del darkwave e del post-punk riescono a fermare l’incedere lento e implacabile della tristezza. E in questi casi, surrealizzarmi è l’ultima carta da giocare. Chiudo gli occhi. Inspiro. Espiro. Inspiro. Espiro. Inspiro. E sparo. Gli occhi si aprono. Ridono. Una risata sardonica e vagamente inquietante. La Tristezza si guarda perplessa fra sé e sé. I suoi neuroni chiedono in coro una spiegazione logica alla risata che schizza fuori dalle mie pupille tingendo l’aria di blu elettrico. Renè Magritte, vestito da suora, che spunta fuori dal nulla, si avvicina e le chiede l’ora, è per lei un colpo letale. La scarna incarnazione dell’arcano e mesto sentimento, dai più chiamata genericamente Tristezza, si mette a piangere. Alle sue spalle, la Disperazione. Che se la ride, perché per una volta il carniere delle sue vittime include una collega. Mentre il cielo carico di striature cobalto si va a immergere nel verde smeraldo di un insolito tramonto, la Disperazione si carica in spalle la Tristezza, ormai frignante come un poppante senza ciuccio, e se la porta via, fischettando “What a Wonderful World”. Con me rimane solo Magritte, che si volta e mi chiede: “che ore sono?” “Idropinoterapia,” rispondono i miei occhi. Ringraziandoli, il pittore si allontana. Non ho un corpo. La gente si chiede perché. Si chiede come. Tutto è iniziato quando il mio cervello ha deciso di fare un passo importante. Ha rivendicato la sua autonomia rispetto agli standard cerebrali. Ha fondato dentro di sé un teatro surreale, l’ha chiamato “Vaudeville”, e da allora si rifiuta di collaborare. Sgomento nel resto del corpo. Alla notizia, solo le ghiandole preposte alla secrezione di sostanze chimiche non hanno avuto nessuna reazione: gli organi, lo scheletro, la muscolatura, tutti l’hanno presa piuttosto male. *Se gli idrofobi sono i malati di rabbia, quelli che hanno paura dell’acqua come diavolo si chiamano?* Erano abituati a vedere nei due emisferi cerebrali una sorta di punto di riferimento, non un teatro dell’assurdo. Le Tube di Eustachio hanno provato a farlo ragionare, ma lui ha risposto che da quell’orecchio proprio non ci sente. *Come fa un rupofobico quando ha la coscienza sporca?* Si dice che il pancreas sia andato di persona a parlare con lui, ma pare che alla fine sia stato contagiato, e che adesso passi il tempo godendosi le repliche di una rivisitazione di “Aspettando Godot” in chiave Gothic Metal. Subito dopo, i bulbi oculari hanno deciso che se il pancreas aveva apprezzato lo spettacolo, tanto valeva seguirlo per dare un’occhiata da vicino. Da qui al presente il passo è breve. *Il suo incubo: una zangola enorme. La guardava, temendo di trovarsi davanti il suo contenuto. Era cremnofobico.* Una dopo l’altra, tutte le parti del mio involucro di carne si sono messe in fila per avere il proprio biglietto d’ingresso. Dunque, non ho un corpo. Infettato e contagiato dal teatro surreale, esso ha perso il senso di sé. E’ in un luogo pentadimensionale in cui i test con le macchie di Rorschac vengono usati come partiture per quartetti d’archi. Passa il tempo perso dietro alla programmazione del teatro cerebrale, un cartellone vasto quanto la fantasia, un tripudio di nonsense che intrigherebbe chiunque. Attualmente, visto il periodo estivo, tiene banco la Sagra Paesana di Vaudeville, la Sagra della Fobia Dissacrata. L’affluenza del pubblico è alle stelle. Dunque, non ho un corpo. E’ a Vaudeville. E il vostro?
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| Afa e Afasìa... |
| 07.09.04 (11:36 am) [edit] |
Non ho un nome. Chiamatemi pure Iz. Il caldo stende le sue dita grasse e unte sulla città, e come un’impacciata puttana mi rovina le notti col suo tocco fastidioso, lasciandomi in uno stato di perenne veglia, implorante per un acquazzone estivo. I temporali d’estate sono come i vigili: quando servono non ci sono. Batto ritmicamente sulla tastiera in una sorta di trance ipnotica, non tanto perché io abbia qualcosa da dire, quanto per cercare di distrarmi dall’afa, che mi cola intorno come piombo fuso. Il mio grimo e vetusto spirito si è rifugiato in una fittizia fortezza, e mi lascia meditabondo di fronte ai miei soliloqui: dialogo fra me e me, e sovente non mi capisco. Non so cosa voglia il mondo dal sottoscritto, dunque non posso impegnarmi per deluderne al meglio le aspettative.
*Gli anni verdi: un’infanzia traviata… in tenerà età, la piccola Aida era sempre all’opera…* {“Che c’entra?” vi starete chiedendo. Niente. Questo è Lepidezze Cataplasmiche, non una tesi sulla coerenza negli scritti di Immanuel Kant. [il celebre Immanuel Kant, padre della Critica della Ragion Pura nonché padre della compagna di Diabolik, Eva Kant. (Che poi mi sono sempre chiesto… Diabolik, sempre in giro con quella tutina attillata, dove lo tiene il coltello?)]}
Anche perché le aspettative le odio, e puntualmente coi buoni propositi mi ci tergo le terga. Ogni promessa è un debito e io, dato che sarei sovente un insolvente, preferisco non promettere. Niente giuramenti qui, si fa quel che si può ma non abbiatevene a male se quel che si può non è abbastanza: per qualcuno potrebbe essere anche troppo. Insomma, non mi va di prendere impegni, smemorato come sono mi dimenticherei di rimetterli a posto dopo averli usati. Anche perché, al giorno d’oggi, siamo ossessionati dagli impegni. Per fortuna non ho un corpo, e dunque neanche un braccio su cui mettere un orologio, e quindi non ho neanche un orologio. Altrimenti, starei continuamente a far come quelli che passano il tempo a controllare quanto manca al loro prossimo appuntamento, persi fra cronografo e agendina, fra cellulare e post-it, che poi rientrano a casa e trovano un bigliettino della moglie con su scritto “Ti lascio. Il forno è esploso, la cena è sul soffitto.” No, grazie, non fa per me. Né l’orologio, né l’agenda, né il telefonino, né il bigliettino, né la moglie. Per la cena, invece, possiamo parlarne.
Effetto di Transizione: Nessuno.
Una stradina di una piccola città. La telecamera scorre, lateralmente e lentamente, inquadrando perpendicolarmente il lato opposto della strada. Davanti all’obiettivo scorre anche un palo della luce, su cui è affisso un manifesto con la foto di uno yorkshire e la scritta: “Avete visto Flaffy? Chi lo ritrovasse è pregato di chiamare il numero 3339886851”. La telecamera prosegue il suo cammino, fino ad arrivare in fondo alla strada, dove c’è il retro di un ristorante: la porta di servizio, cartacce, e un cassonetto. Zoom fino a inquadrare uno dei pezzi di carta a terra, sgualcito, su cui campeggia la scritta “piatto del giorno: spezzatino.” Lentissimo movimento laterale dell’obiettivo, che va a inquadrare un piccolo collare. Sulla targhetta, la scritta “Flaffy”. Fermo immagine sulla targhetta, 5 secondi. L’inquadratura si allarga rapidamente, fino a riprendere di nuovo tutto il retro del ristorante: a mezzo metro dal collare, c’è lo yorkshire della foto, vivo e vegeto, senza collarino, che giocherella allegramente con una scatola di cartone. Il cane, saltellando e abbaiando gaiamente, salta nel contenitore. E la scatola esplode.
Effetto di Transizione: Nessuno.
Dunque: chi volesse invitarmi a cena è libero di farlo, basta che mi scriva (e che sia disposto a pagare il conto), purchè alla fine della serata non mi proponga di sposarlo. E ricordate: se il tempo è denaro, nell’economia dell’universo la vita di un uomo equivale a pochi spiccioli.
[b]xIZx[/b]
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| #1 |
| 07.06.04 (2:47 pm) [edit] |
distruggersi per riuscire ad accettarsi. ferirsi per risanare. ferirsi. farsi male. stringere la propria gioia triste e farla sanguinare. di serenità. una bara di vetro e l'attesa della vita vera. qualcuno dovrebbe venire a staccarti i vermi di dosso. qualcuno dovrebbe venire,ma i gioielli di plastica attirano solo gnomi cattivi. 25 aspirine. facciamo 50, che ho bisogno di sicurezze. ho bisogno di riempire un buco grosso-grosso, qua dentro. ho paura che oggi mi farò cadere le braccia. mi sento gocciolare il nero del cielo dentro. - che ti costa lasciarti toccare? un’esistenza, ogni volta, signore. e la casa del padre è un buco di topi nel muro. è un buco nel muro e fuori solo buio. nuovi cieli neri in cui cadere,piccola stella malata. piangi sopra i cocci sparsi della tua disperazione,fatta di soli che cadono e luci al neon. vene fiacche e doloranti. dopamina sterile. nessuna delizia sotto campana di vetro. solo un sorriso sciagurato,che nasconde cimiteri. la bara di vetro e l'attesa della vita vera.
[b]Bambina in Nero[/b]
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| Comunicazione di serVizio |
| 07.06.04 (1:34 pm) [edit] |
Non ho un nome. Chiamatemi pure Iz. Ad aggiungere confusione nelle vostre testoline, cari i miei internauti, ci pensa Lepidezze Cataplasmiche, l'alternativa omeopatica al suicidio di massa. Da questo post in poi, noterete che firmerò con [b]xIZx[/b] i miei post. E questo perchè non sarò l'unico a postare su questo malsano e letifero taccuino dialettico. Non vi dico chi è che scriverà qui oltre a me, lo scoprirete da soli, e credo ne sarete piacevolmente colpiti. Lo scoprirete, ovviamente, perchè anche questa persona si firmerà col suo nome, e non col mio (che, peraltro, non esiste, e che è il motivo per cui potete chiamarmi Iz). Un'ultima cosa, non voletemene, ma NON chiedetemi, nè in ginocchio sui ceci, nè carponi e bocconi, di farvi scrivere qui. Decido io chi scrive qua. Perchè questo è Lepidezze Cataplasmiche, l'unico posto dove il buffone di corte è anche il re. A presto,
[b]xIZx[/b]
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| Sfogo. Logorrea o Dermatite? |
| 07.04.04 (6:15 am) [edit] |
Non ho un nome. Chiamatemi pure Iz. E questo è Lepidezze Cataplasmiche, un’alternativa psicolèttica all’intelligenza. Ultimamente non mi sento molto bene, e i miei tentativi di risolvere il problema consultando un otorino non hanno avuto buon esito. Inizio ad avere in odio le conversazioni mondane, quelle che se non segui un canone prestabilito (chiedere come va – parlare eventualmente di musica, di calcio o del tempo – salutare cordialmente complimentandosi per la brillante chiacchierata), e provi a toccare argomenti un minimo più profondi, lasciano l’interlocutore, prostrato e allibito, a fissarti con sguardo ebete e a cader preda di una crisi violentissima di glossoplegìa (che a tratti può anche risultare mortale per chi la subisce, causa soffocamento). Probabilmente non capisco le persone. Probabilmente non capisco perché si dice una cosa e se ne fa un’altra. Probabilmente anche io faccio lo stesso, senza rendermene conto, perché soffro di parafrenìa acuta ma nessuno me lo fa notare. Probabilmente è colpa del fatto che “probabilmente” è un avverbio che mi piace, ed avere dei gusti specifici in fatto d’avverbi non è indice di sana stabilità mentale. O forse non è parafrenìa, è solo che sono squassato da enteralgìe facciali – il che si traduce nell’assioma “sono una faccia di culo”. (La mia faccia sta protestando. Dice che lei non ha mai fatto niente di male e che dovrei prendermela col cervello, che è responsabile di quello che dico. Il cervello si limita ad annuire interrogandosi sul significato di “responsabile”) Si, io sono Iz e non capisco una mazza del mondo. Non parlatemi dei vostri problemi, potrei aggravarli. Non credete a quello che dico, perché è falso. E non credetemi neanche quando vi dico che sto dicendo il falso, perché probabilmente sto dicendo la verità apposta per confondervi. Credete che questo post sia bilioso? Attenti. Probabilmente è astio simulato. Vi piace come scrivo? Attenti. Io non scrivo, faccio finta di scrivere. Come le scimmie. La sapete la storia delle scimmie, vero? Mettendo in una stanza un numero infinito di scimmie davanti a un numero infinito di macchine da scrivere, dopo un tempo infinito il puzzo sarà insostenibile. Mi spiace, gente, ma io non sono pazzo. Mi mancano i sintomi, per essere pazzo. Uno dei sintomi di malattia mentale è la coazione a ripetere. E io non ripeto. Siete voi i pazzi, non io. Siete voi i pazzi, non io. Siete voi i pazzi, non io. Siete voi i pazzi, non io. Siete voi i pazzi, non io. Siete voi i pazzi, non io…
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